LA RINASCITA DI SANTO STEFANO DI SESSANIO, CITTÀ DEGLI UFFIZI

La storia della rinascita di un borgo di grande fascino situato all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso, appartenuto per oltre due secoli alla potente famiglia dei Medici di Firenze. Dopo decenni di abbandono conseguente all’ultima emigrazione del dopoguerra, la rinascita di Santo Stefano di Sessanio si è sviluppata nei primi anni del 2000 attorno all “Albergo diffuso”, un modello innovativo di recupero e sviluppo di un borgo di montagna all’insegna dell’integrità culturale e  ambientale del territorio.  

Ormai è lontana l’ombra della grande migrazione, quella del secondo dopoguerra. Sono lontane anche le gelide notti d’inverno passate in solitudine davanti ai camini accesi, anneriti dal tempo.

Il piccolo Comune di Santo Stefano di Sessanio, in provincia dell’Aquila, si lega profondamente alla cultura pastorale e agricola.  Il borgo ha seguito la sorte di tanti altri paesi vicini l’abbandono forzato dei suoi figli alla ricerca di lavoro oltreoceano. Per decenni   il paese è  vissuto  nell’oblio, subendo, nel silenzio, le ferite profonde dei numerosi terremoti e lo sgretolarsi continuo delle sue pietre.

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Ma la sua storia all’improvviso diventa la più fortunata tra quelle dei tanti borghi disseminati sul territorio montano abruzzese.  Dopo cinquant’anni di un dormiveglia ancestrale, poco più di cento anime, ostinate e forti come il Gran Sasso d’Italia, amministratori illuminati e un imprenditore di origine svedese, Daniele Kihlgren, che acquista il 40% della superfice del borgo, sotto l’ala protettrice del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, decidono di arrestarne il declino e  di lavorare assieme al recupero  e alla  sua rinascita.  

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L’integrità e la ricchezza del suo patrimonio architettonico e l’indiscusso valore del paesaggio e della natura circostanti, sono fattori essenziali che giustificano, proprio qui, l’avvio, da parte dell’Ente Parco, di un progetto pilota innovativo, di sperimentazione e di rinascita e soprattutto replicabile, in uno dei luoghi più affascinanti della dorsale appenninica.

Nel 2000 il centro storico di Santo Stefano conta la presenza di poche decine di anziani, una piccola trattoria con tre camere, in procinto di chiudere i battenti.

D’intesa con l’imprenditore privato si decide di ristrutturare un antico magazzino della lana e di adibirlo a luogo di incontro tra cittadini, imprese, progettisti e artigiani per uno scambio continuo di informazioni e di idee legate al progetto di ricostruzione e al futuro del borgo. Presto la sala diviene sede di conferenze e dibattiti e inizia a ricevere ed ospitare eventi culturali e scientifici di grande interesse. Sul modello dei paesi nordeuropei la sala comune adotta l’Officina Musicale”, ensemble aquilano di grande valore che durante le prove dei concerti e negli appuntamenti musicali, riempie di note il dedalo di viuzze. Il prestigioso Teatro Stabile dell’Aquila propone sovente spettacoli tra i suggestivi spazi già resi disponibili, regalando emozioni uniche, soprattutto ai primi turisti stranieri di passaggio ammaliati dal fascino del borgo.

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La mia aspirazione è destare l’interesse degli eredi degli emigrati, convincerli a condividere il progetto del Parco e soprattutto a investire nella ricostruzione delle singole unità abitative.  Il recupero a fini turistici del borgo e del suo contesto naturale avrà un reale e concreto significato se perseguito attraverso una rigorosa azione condivisa tra tutti gli attori coinvolti, di conservazione, messa in sicurezza del patrimonio edilizio e valorizzazione dei suoi valori identitari, ambientali e del paesaggio agrario circostanti.  L’obiettivo è recuperare quanti più spazi possibili da destinare alla accoglienza turistica, oltre quelli già in proprietà dell’imprenditore privato e realizzare quello che poi diverrà noto, anche oltre i confini con la denominazione “Albergo Diffuso”.

In tale ottica il Parco redige la “Carta dei Valori per Santo Stefano di Sessanio”, un documento unico in Italia, sottoscritto dall’allora sindaco Antonio D’Aloisio, da me in qualità

di presidente dell’Ente e dall’imprenditore Kihlgren. La Carta viene ad integrare e a dettagliare la concessione edilizia e il suo testo è integralmente trascritto nella tabella da esporre al pubblico su ogni singolo edificio oggetto di intervento. Ciò ha la funzione di informare ma soprattutto di diffondere la “filosofia della ricostruzione”, frutto di un patto che innova i rapporti tra Ente pubblico e privato in una logica di cooperazione e corresponsabilità nell’azione di valorizzazione di ogni singolo bene nell’ambito di un progetto di interesse generale condiviso dalla collettività.

Il modello adottato incontra il favore di cittadini e amministratori, soprattutto perché il Parco è accettato quale soggetto coordinatore della politica di rilancio del territorio, nonché unificatore delle espressioni culturali, sociali e politiche, fattori che hanno consentito di superare le comprensibili diffidenze iniziali.

Tutti coloro che decidono di restaurare un manufatto all’interno del borgo, assumono un impegno etico ad utilizzare, secondo le prescrizioni della Carta, le tecniche di lavoro e i materiali d’un tempo. L’obiettivo è pienamente condiviso e tutti si danno da fare per recuperare l’identità originaria degli elementi identificativi della cultura autoctona. Diviene regola comune quella di restituire la unicità del sapore del tempo, rispettando scrupolosamente ogni traccia della vita che è stata vissuta nei secoli nel borgo, privilegiando i tetti e gli infissi in legno, i pavimenti e i gradini in pietra, le malte, gli intonaci degli interni, i portoni in legno di quercia, gli arredi tradizionali della civiltà contadina appenninica.

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Nel contempo l’Ente Parco delibera la concessione in favore dei proprietari degli immobili ricompresi nel perimetro del borgo, un contributo di 5000 Euro per ogni intervento di recupero da corrispondersi a consuntivo dei lavori effettuati. L’incentivo provoca una virtuosa accelerazione del processo di restauro e valorizzazione degli edifici, il rilancio dell’attività edilizia artigiana, la realizzazione di oltre 200 posti letto, otto ristoranti, esercizi commerciali, nonché la nascita di 15 imprese familiari per la  gestione dell’Albergo diffuso.

Il successo dell’innovativo rilancio del borgo travalica i confini nazionali. Le più prestigiose testate giornalistiche e reti televisive internazionali esaltano questa bella e insolita storia e  in un’inarrestabile cascata di reazioni il nome di Santo Stefano di Sessanio moltiplica la sua fama, raggiungendo i luoghi più remoti del Globo. Le sue case, il cui valore è praticamente decuplicato, si animano di nuova vita, le sue antiche botteghe si aprono a giovani maestranze, i suoi vicoli riecheggiano di accenti europei, i suoi abitanti guardano ai campi intorno con rinnovato interesse. Nel borgo, richiamati dalla sua fama ormai divenuta planetaria,   giungono   i reali del  Belgio e il Re di Svezia, gli ambasciatori degli Stati Uniti, di Francia, Germania, grandi imprenditori internazionali, musicisti, attori, artisti.  Jannis Kounellis, uno dei più grandi artisti dell’era contemporanea sceglie di installare qui una mostra fotografica delle sue opere, il grande regista teatrale russo Jurij Ljubimov,  decide di venire a vivere nel borgo, entrato ormai nei tour turistici  proposti da agenzie cinesi, giapponesi, australiane e canadesi .

Aspirando a proporsi come luogo della memoria ricomposta, luogo dell’emozione e dello stupore, per la contemplazione o per la meditazione e, perchè no, luogo per la creazione artistica, ecco il borgo offrirsi, quale scenario d’eccezione, per grandi film d’autore come “Una pura formalità” di Giuseppe Tornatore, “Musikanten”, la biografia di L.V. Beethoven del musicista Franco Battiato, o “ La guerra è finita”.

Santo Stefano di Sessanio entra nella lista dei Borghi più belli d’Italia, il primo con un’anima contemporanea che si candida a modello di sviluppo del Gran Sasso d’Italia per la riqualificazione dei borghi appenninici.

 E come altro definireste il fermento che agita i grandi cambiamenti se non un “nuovo rinascimento” che riprende 500 anni dopo, da quando, verso la fine del XVI secolo Francesco dei Medici, il capostipite della prestigiosa famiglia che per ragioni commerciali legate al mercato tessile, decise di estendere il controllo sul territorio, che all’epoca contava la presenza di oltre sette milioni di ovini, acquistando il borgo?

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Da allora Santo Stefano ha vissuto per quasi due secoli il periodo di massimo splendore intorno al commercio della lana “carfagna”, una lana nera di tipo grezzo per la produzione, negli opifici fiorentini, di uniformi militari e sai dei monaci. Sotto i Medici il borgo fu integralmente ristrutturato e adattato al gusto fiorentino. Fu innalzata la imponente torre merlata circolare alta 18 metri. Nella zona centrale e più alta del borgo svetta ancora oggi il magnifico loggiato in pietra della Casa del Capitano e lungo gli stretti vicoli si affacciano non  poche possenti  abitazioni rinascimentali con finestre e portali finemente lavorati e verso l’esterno le antiche case-mura e case-torri che costituivano anche le strutture difensive del paese. A futura memoria della felice dominazione, la Porta dei Medici, fortunatamente risparmiata dai terremoti e dal tempo, reca sulla sua sommità lo stemma della ricca famiglia fiorentina.

Il borgo così rinato nella sua interezza, emana quella misteriosa attrazione che incanta e conquista chiunque scorga all’orizzonte il suo profilo morbido e raccolto, circondato da un paesaggio unico nel suo genere, caratterizzato dalle innumerevoli e colorate strette strisce di terra coltivate a legumi. Sono i campi aperti“, una forma di paesaggio di origine alto-medievale, nata dalla esigenza di conciliare due attività antitetiche: l’agricoltura e la pastorizia. I campi, a forma di strisce, si dispongono in maniera regolare a pettine perpendicolari ad un asse viario. Un tempo le modalità e i tempi colturali venivano decisi dall’intera collettività che individuava anche la rotazione agraria più opportuna. Gli appezzamenti di terra non sono recintati cosicché una volta ultimato il raccolto, tutti potevano pascolare il loro bestiame che non transumava in Puglia. 

L’isolamento culturale ha preservato coltivazioni di varietà colturali ovunque scomparse, come il cece, il farro, la cicerchia e lo zafferano.  Le lenticchie di Santo Stefano di Sessanio sono considerate tra le più pregiate in Italia e per la loro peculiarità godono della speciale tutela quale “Presidio Slow Food”.  

L’esigenza di conservare una delle forme paesaggistiche più interessanti e di grande valenza storica dell’area protetta e sottrarre il territorio ad una prevedibile futura speculazione edilizia, spinge il Parco ad adottare la “Carta per la Tutela dei Campi aperti “, divenendo la prima forma di tutela indiretta, eticamente condivisa, del paesaggio rurale.  

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Il Consiglio Comunale di Santo Stefano di Sessanio, non ancora dotato di uno strumento edilizio, recepisce la Carta, che costituirà la prima forma di tutela indiretta di una porzione di paesaggio italiano mai sperimentata prima di allora.  

Ma quello che sembra un autentico incantesimo, viene bruscamente interrotto. Nell’aprile 2009 la furia di un devastante terremoto travolge la Città di L’ Aquila e il suo territorio, falciando borghi interi, testimoni di una storia millenaria. Fortificazioni chiese e palazzi storici vengono letteralmente sgretolati, divenendo d’un tratto resti spaventosi della distruzione di un patrimonio di cultura e di arte tra i più belli d’Italia. A Santo Stefano di Sessanio crolla la torre e altre magnifiche testimonianze architettoniche di età medicea sono seriamente danneggiate. Superati lo sgomento e la disperazione, la popolazione reagisce e dimostra di non volersi arrendere di fronte alle avversità.

La resurrezione dovrà ripartire dalla storia, dalla cultura e dall’arte, da quegli stessi elementi su cui si è fondata la prima rinascita del borgo. Non più presidente dell’Ente Parco, sono invitato nel 2011, dal Sindaco di Santo Stefano a presiedere un Comitato civico per favorire la rinascita del Borgo. La Galleria Nazionale degli Uffizi di Firenze raccoglie un mio insperato invito ad allestire qui una mostra di opere d’arte sulla base del legame storico tra quest’ultimo e la città di Firenze. Il Direttore della Galleria Antonio Natali, accetta con entusiasmo e assieme si decide di portare in esposizione nel borgo mediceo pregevoli opere d’arte, tele, sculture e arazzi, danneggiati nel 1993 dall’attentato dinamitardo  per mano della mafia che distrusse in via dei Georgofili un’ala della Galleria.

Nel 2003, a dieci anni dall’attentato, quel nucleo di opere d’arte, restaurate con il determinante contributo dell’Associazione Amici degli Uffizi di Firenze, fu esposto in una grande mostra a Firenze, nel segno di rivincita sul male.

Simbolicamente l’esposizione, denominata “ Condivisione d’affetti”, la prima ad aver varcato i confini della Toscana,  accomuna la città di Firenze e il borgo di Santo Stefano di Sessanio, colpiti, ambedue, da due terribili eventi distruttivi, l’uno per mano criminale, l’altro provocato da  un evento naturale. L’auspicio è per una rapida ricostruzione del borgo e il ritorno della popolazione alla normalità.

Le pregevoli opere d’arte sono collocate in parte in alcuni suggestivi ambienti recuperati dell’imprenditore Kihlgren mentre il corpo centrale è allestito in un ampio locale della sede comunale dall’Arch. Luigi Cupellini, l’allestitore ufficiale delle esposizioni di Palazzo Strozzi a Firenze. L’evento realizzato con il supporto dell’Associazione degli Amici degli Uffici e la regia organizzativa di CARSA the Thinking Company, riceve oltre 20.000 visitatori.  Un risultato impressionante, che nel suo complesso, favorisce, a più di due anni dal terremoto, la ripresa, per l’intero periodo estivo, delle attività economiche del borgo, consolidando la speranza dei cittadini e rafforzando l’idea che la strada imboccata è quella giusta.

Ormai l’antico rapporto commerciale tra Firenze e i Medici e il borgo abruzzese, interrottosi cinquecento anni fa, si è tramutato in un solido legame culturale aperto a prossime importanti comuni iniziative.  Tant’è che l’anno seguente, nell’estate 2012, viene allestita una seconda esposizione, “Paesi, Pastori e Viandanti”, altro grande successo, che rilancia Santo Stefano alla ribalta e rafforza ulteriormente il legame tra Firenze e il borgo mediceo, che viene dichiarato “Città degli Uffizi”.

L’importanza dell’evento è sottolineata dalla partecipazione del Gonfalone della Città di Firenze, lo storico stendardo del capoluogo toscano che accompagna le manifestazioni solenni e che il Presidente del Consiglio Comunale Eugenio Giani ha voluto concedere quale segno di amicizia nei confronti de borgo mediceo e dei suoi abitanti.

La ricostruzione della torre medicea, insegna monumentale della rinata relazione, diviene uno dei comuni obiettivi.

“Santo Stefano di Sessanio e la Galleria degli Uffizi– si legge nella lettera che il Direttore Natali invia al Sindaco di Santo Stefano – in questi due anni sono stati capaci di rivivere le loro comuni origini , rievocando i desideri del Granduca Francesco I de’ Medici. Nel 1579 il borgo abruzzese (col suo territorio circostante) entrava a far parte dei possedimenti medicei e nel 1581 prendeva corpo il sogno di quel principe colto d’esibire la sua collezione all’ultimo piano di un palazzo che il padre Cosimo aveva fatto costruire per gli Uffici dell’amministrazione dello Stato. Con le due mostre i vincoli si sono consolidati. E Santo Stefano di Sessanio è parte a pieno titolo della Città degli Uffizi. Città che non può essere soltanto Firenze, né la sola Toscana e, alla fine, neppure soltanto l’Italia. La Città degli Uffizi è dovunque – nel mondo- ci sia un legame con la Galleria voluta da Francesco I. La mia speranza è che a Santo Stefano s’instauri la consuetudine di rinnovare ogni anno la memoria d’una relazione così nobile con Firenze. Forse gli Uffizi non potranno essere sempre presenti come è successo nel 2011 e nel 2012; ma certo il patrimonio di Firenze – a partire dai Musei del Comune – offre tante opportunità per rinverdire continuamente il rapporto con l’Abruzzo”.   

Nel suo ruolo di soggetto coordinatore, con strumenti del tutto innovativi, il Parco è riuscito a conseguire la piena condivisione di un “patto etico” che ha innovato i rapporti tra i diversi soggetti coinvolti nel processo di recupero del borgo e che ha visto materialmente tutti, a diverso titolo impegnati, a realizzare un progetto di sviluppo sostenibile dell’intero territorio. Ciò è avvenuto perché il Parco è riuscito a sviluppare un forte  senso di appartenenza nella popolazione residente e nei futuri investitori, a costruire un’immagine unitaria del borgo, a destinare lo stesso ad una offerta turistica di qualità attraverso l’Albergo diffuso, a garantire la  tutela  e la valorizzazione del paesaggio, della cultura, della storia, delle tradizioni; ad assicurare la crescita delle risorse professionali e  stimolare la nascita di nuove opportunità di commercializzazione dei suoi prodotti e della offerta dei servizi.

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A Santo Stefano è stato dimostrato, in linea con le originarie previsioni progettuali, che la sola ricostruzione non sarebbe stata in grado di generare i risultati attesi, ma è il progetto di rivitalizzazione del borgo, favorito da una regia condivisa, che con l’avallo di tutti gli attori coinvolti, ha prodotto sviluppo sociale ed economico, realizzando un modello esemplare apprezzato non solo in Italia ma nel mondo intero.

Santo Stefano di Sessanio è divenuto, a ragione, un case historyin grado di aprire la strada al recupero qualificato di tutta quella parte dell’Appennino, in particolare quella interessata dai numerosi devastanti eventi sismici, ancora dimenticata dalla cultura classica della valorizzazione ed oggi più correttamente direi della rivitalizzazione dei borghi montani.

4 risposte a “LA RINASCITA DI SANTO STEFANO DI SESSANIO, CITTÀ DEGLI UFFIZI”

  1. Maria Cristina Vincenti dice: Rispondi

    Buongiorno Walter, ho inviato quanto scrivi a Federico Massimo Ceschin di Cammini D’Europa, che ha fondato con me l’Associazione Europea dei Viaggi di Goethe, e sta preparando il meeting All Routes per l’inverno. Secondo me dovresti candidarti alla Presidenza della Regione Abruzzo. Un caro saluto. MC

    1. Walter Mazzitti dice: Rispondi

      Grazie Maria Cristina. Ne parleremo al telefono con piacere. Un caro saluto. Walter

  2. Enrico De Mori dice: Rispondi

    Caro Walter, ho ripercorso con grande piacere l’appassionante vicenda della rinascita del piccolo borgo abruzzese. Quella di Santo Stefano di Sessanio si conferma un’esperienza straordinaria, unica ed esemplare, un progetto visionario di grande attualità. Un modello innovativo e concreto di sviluppo sostenibile da promuovere e possibilmente replicare. Rappresenterebbe, a mio avviso, una valida risposta alla deriva di una cultura miope e omologante i cui limiti sono all’evidenza di tutti.
    È urgente un cambio di rotta, sviluppare una capacità creativa dell’uso dell’ordinario e dell’esistente in grado di coniugare i valori etici e culturali con le istanze della modernità.
    Una sfida cruciale non più procrastinabile.
    Con profonda stima e gratitudine.
    Enrico

    1. Walter Mazzitti dice: Rispondi

      Grazie Enrico,
      apprezzo molto il tuo commento. Purtroppo, come tu ricordi, bisogna sperare in un salto di qualità. Nel frattempo tantissimi borghi di montagna , grazie al fenomeno dell’abbandono, stanno subendo un forte degrado. Almeno è così per quelli che conosco io sull’appennino centrale. Speriamo che accada qualcosa. Stiamo attraversando un brutto momento. Ma bisogna essere fiduciosi. Spero di rivederti. Un abbraccio, Walter

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